GENITORE-EDUCATORE… IL PARADOSSO DEL PERMESSO DI SOFFRIRE.

Quando un fatto di cronaca eclatante ci scuote la coscienza, come ad esempio un agito violento perpetrato da un ragazzo ai danni di cose o peggio ancora di persone, siamo portati ad interrogarci alla ricerca di comprensione, di colpevoli, di chiarimenti. Questa ricerca di colpevoli, di cure magiche ed immediate sortisce un effetto rassicuratorio, ma solo apparente e limitato a durare poco nel tempo.

La comprensione deve partire dall’analisi delle prime istituzioni di socializzazione, famiglia, scuola, e società stessa. Si tratta di agiti violenti, mal pensati, frutto dell’incapacità di tollerare le frustrazioni e frenare gli impulsi distruttivi. Si può notare come nelle famiglie, così come nell’approccio educativo-scolastico, vi sia una tendenza alla riduzione della possibilità di permettere ai ragazzi di sperimentare la frustrazione e trovare risorse interne necessarie al suo superamento.

I genitori che, per paura che i loro figli possano “soffrire”, sono disposti a dare tutto e subito, senza permettere che nei ragazzi nasca il desiderio. Il desiderio è quel magico modo di pensare a qualcosa che fa nascere all’interno di chi lo sperimenta la ricerca degli strumenti interni che gli permettano di appagare tale bisogno. I genitori vogliono il bene dei loro figli, ma spesso sono loro stessi a fargli del male nel tentativo di amarli. Non permettere ad un figlio di sperimentarsi, di fallire e di rialzarsi equivale al passargli un messaggio costante di non valore. Non essere in grado di reggere le frustrazioni che quotidianamente la vita ci dà, imparando a farlo con piccoli passi nel processo di crescita, innesca un meccanismo che porta a depressione e ad esclusione sociale, “se non mi metto in relazione con gli altri non devo in realtà fare fatica, non mi devo confrontare e non corro rischi, così mi isolo o mi relaziono solo con chi non genera conflitto in me, con chi ad esempio sperimenta la mia stessa rabbia, e la agisce in comportamenti distruttivi”. 

Un altro aspetto non meno importante, che spesso viene a cadere nei meccanismi di ragionamento tipici dei bambini e degli adolescenti, è l’incapacità di prevedere e mentalizzare in maniera reale quali siano le conseguenze delle azioni, assorbiti da un mondo che da un lato è fatto di fasulle identità gestite sui Social e dall’altro, dall’eccesso di tutela da parte della società. I nostri ragazzi attraversati da impulsi distruttivi non sono in grado di mettere in atto meccanismi che ne inibiscano gli effetti grazie alla paura delle conseguenze. Non diventano in grado di prevedere e vedere realmente e chiaramente quali sono le conseguenze di certe azioni perché non ne hanno mai sperimentate. Nel giro di pochi anni, con l’influenza della invasione massiccia dei mass media nella vita quotidiana, sono venuti a decadere tutta una serie di valori etici e morali, generando una sorta di smarrimento di riferimenti di figure importanti per indirizzare i comportamenti. Un esempio banale sul quale mi è capitato di riflettere nei giorni scorsi (al quale lascio al lettore quali possano essere le ipotesi evolutive nella società moderna), è questo: “ricordo con affetto di quando la mia maestra delle elementari mi raccontava di questa figura “mitologica”, che era il “Presidente della Repubblica”, all’epoca Cossiga e prima di lui Pertini, e con quale reverenza e rispetto si toccassero semplici discorsi, adatti ad una bambina delle scuole elementari, e di come un clima di rispetto e reverenza si diffondesse. Paragono questo ricordo alla miriade di vignette di dubbia satira e gusto, legate ad offese anche sul piano personale, che quotidianamente ci colpiscono sui Social, in TV, sui giornali, e di come sia diventato “normale” per i più giovani non discriminare figure a cui porre rispetto a prescindere dalle idee o dall’orientamento politico.

Da qui la domanda, “quanto può valere a questo punto una maestra, un professore, un genitore?“.

Ridare il giusto valore alle cose, potrebbe essere una chiave che vada in una direzione di vero benessere. Il genitore dovrebbe fare il genitore, insegnare una strada, essere un modello, non sostituirsi ai figli, punirli quando necessario, mettere dei paletti, non vivere sotto il costante ricatto emotivo del “cerca in tutti i modi di far si che io non soffra”. Le istituzioni scolastiche non dovrebbero aver paura di mettere alla prova i ragazzi e giudicarli per l’impegno e la perseveranza messa a raggiungere i loro obiettivi e vivere sotto il costante ricatto del: “cerca in tutti i modi di far si che io non soffra”. Proviamo a fidarci noi adulti un po’ di più dei nostri ragazzi e permettiamogli di sperimentarsi, di fallire, di rialzarsi. Permettiamogli di diventare grandi soffrendo, amiamoli veramente.

PREVENIRE UNA RICADUTA È POSSIBILE CON LA MINDFULNESS

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…Non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a padroneggiare il surf…
(JON KABAT-ZINN)


Le dipendenze patologiche, sia da sostanze (es. alcool, cocaina) che comportamentali (gioco d’azzardo patologico) sono considerate disturbi con una tendenza alla cronicizzazione in cui la frequenza di ricaduta è decisamente molto alta, stimandosi nella misura del 40-60 percento dei soggetti; (MC Lellan et al., JAMA 2002), è questo il motivo fondamentale per cui, nel loro trattamento, risulta fondamentale affrontare il tema delle ricadute, fornendo ai soggetti inseriti in un percorso terapeutico riabilitativo comunitario residenziale strumenti pratici per prevenirle.

Nella ricaduta gioca un ruolo fondamentale non solo la componente astinenziale legata a determinate sostanze, ma anche la componente indipendente dall’astinenza e che ha a che fare con il “desiderio irrefrenabile” (craving) di assumere nuovamente la sostanza tossica o ripetere il comportamento dannoso.

IL PROTOCOLLO MBRP (Mindfulness Based Relapse Prevention) NELLA COMUNITA TERAPEUTICA “A STEFANO CASATI”

Opsiti della Comunità

Il progetto MINDFULNESS PER PREVENIRE LE RICADUTE ha portato all’interno della Comunità Terapeutico Riabiliativa “A Stefano Casati” di Fagnano di Gaggiano (MI), che si occupa di cura delle dipendenze patologiche, un percorso rivisto ed adattato di MBRP, che permetta di accogliere i soggetti ospitati all’interno delle strutture ed inserirli in un percorso di Mindfulness, mirato a fornire strumenti utili alla prevenzione delle ricadute nell’uso di sostanze, implementando ed arricchendo gli strumenti utilizzati nel percorso di cura.

Il programma di prevenzione della ricaduta basato sulla mindfulness, MBRP (Bowen, Chawla, Marlett, 2011) è specifico per le dipendenze da sostanze o comportamenti ed integra pratiche di mindfulness (sul corpo, sensi, emozioni e pensieri) con l’approccio cognitivo-comportamentale, insegnando strategie di coping per ridurre lo stress, gestire il craving ed affrontare situazioni ad alto rischio di ricaduta, interrompendo la reattività automatica, l’impulsività e la compulsivita’.

Vi interessa l’argomento? Continuate a seguire psicologicamente….. ne parlerò ancora.

Le affinità elettive: perchè alcune persone ci risuonano più di altre?

Ci sono incontri che non passano inosservati. Persone con cui, fin dai primi scambi, sembra crearsi una sorta di riconoscimento immediato, come se qualcosa di profondo entrasse in risonanza. Non sempre si tratta di amore romantico: può accadere in un’amicizia, in un rapporto professionale, persino in un contesto terapeutico.
Questa esperienza viene spesso descritta con l’espressione “affinità elettive”.

Cosa si intende per affinità elettive

Il termine “affinità elettive” deriva dalla letteratura (Goethe lo rese celebre) e indica un legame che non nasce dal caso, ma da una reciproca attrazione psichica, spesso inconscia. In psicologia, possiamo intendere le affinità elettive come l’incontro tra strutture emotive, bisogni relazionali, vissuti e modalità di stare nel mondo che, in qualche modo, si riconoscono.

Non è semplicemente “avere cose in comune”. È piuttosto la sensazione che l’altro tocchi corde interne già esistenti, talvolta antiche, talvolta mai pienamente consapevoli.

Da dove nasce questa risonanza

Le affinità elettive si costruiscono su più livelli:

  • Livello emotivo: l’altro sembra comprendere, accogliere o dare forma a emozioni che facciamo fatica a nominare.
  • Livello relazionale: si incastrano ruoli, bisogni di vicinanza o distanza, modalità di accudimento o riconoscimento.
  • Livello inconscio: l’altro può rappresentare una figura significativa del passato, oppure incarnare parti di noi non ancora integrate.

In questo senso, l’affinità elettiva non è sempre “comoda” o rassicurante. Può essere intensa, trasformativa, talvolta destabilizzante.

Affinità elettive e ripetizione

Dal punto di vista clinico, è importante ricordare che non tutte le affinità elettive sono necessariamente sane.
Alcune relazioni ci attraggono perché ripropongono schemi familiari, dinamiche note, anche se dolorose. In questi casi, l’affinità non è tanto una scelta libera quanto una ripetizione.

La differenza sta nella possibilità di portare consapevolezza: quando riconosciamo cosa ci lega davvero all’altro, possiamo decidere se restare in quella relazione, come trasformarla o, talvolta, lasciarla andare.

Quando riconosciamo che un’ affinità elettiva ci fa stare bene, probabilmente stiamo andando nella direzione trasformativa, quella che risana e trasforma.

Affinità elettive e crescita personale

Le affinità elettive possono diventare potenti occasioni di crescita. Attraverso l’altro possiamo:

  • conoscere parti di noi rimaste in ombra
  • rielaborare ferite relazionali
  • sperimentare nuove modalità di contatto emotivo

In un contesto di cura psicologico, ad esempio, il legame che si crea tra paziente e psicologo può contenere elementi di affinità elettiva. È proprio su questa base che diventa possibile il lavoro clinico, a patto che tale risonanza venga pensata, elaborata e non agita.

Scegliere, non solo sentire

Sentire un’affinità è un’esperienza umana profonda e naturale. Ma crescere significa imparare a scegliere cosa farne.
Non tutte le risonanze vanno seguite ciecamente, così come non tutte vanno evitate per paura.

La psicologia ci invita a un passaggio fondamentale: dal “mi attrae” al “capisco perché mi attrae”. È in questo spazio che l’affinità elettiva smette di essere destino e diventa possibilità.

Dedicato alle affinità elettive che “quando credevi di esser sola, ti fan scoprire di essere stata accompagnata nel viaggio”. MV

Capodanno: il bisogno umano di rinascere (e perché non serve essere perfetti per ricominciare)

C’è qualcosa di magico nei giorni che precedono il Capodanno.
Nonostante la stanchezza, la corsa dei regali e l’anno che si chiude alle spalle, sentiamo che si apre una porta simbolica.
Un nuovo calendario, un nuovo numero, la promessa di un “nuovo inizio”.

Ma da un punto di vista psicologico, che cosa rappresenta davvero il Capodanno?
Perché ogni anno abbiamo bisogno di ricominciare, fare bilanci, scrivere buoni propositi — e spesso sentirci in colpa quando non li rispettiamo?

Il Capodanno come rito di passaggio

Ogni cultura, in ogni epoca, ha avuto riti per segnare la fine e l’inizio di un ciclo.
L’essere umano ha bisogno di simboli di passaggio per dare senso al tempo: per chiudere, lasciare, rinnovare.
Il Capodanno non è solo una festa: è un rito collettivo che ci aiuta a mettere ordine nel caos del tempo interiore.

Quando diciamo “Anno nuovo”, in realtà stiamo dicendo:

“Voglio credere che posso rinascere.”

È un desiderio profondo, legato alla psicologia della speranza e della crescita.
Chiudere un anno significa riconoscere il percorso fatto, con le sue ombre e le sue luci.
Aprirne uno nuovo significa dare spazio alla possibilità.

L’importanza di chiudere prima di ricominciare

Spesso corriamo verso il nuovo anno senza fermarci a salutare quello vecchio.
Ma ogni “inizio” ha bisogno di una fine consapevole.
Come in una relazione, o in una fase della vita, serve un momento per dire:

“È stato difficile, ma mi ha insegnato qualcosa.”
“Non tutto è andato come volevo, ma ho camminato.”

Psicologicamente, questo atto di chiusura aiuta a integrare l’esperienza, invece di rimuoverla.
Non è solo “guardare avanti”, ma riconoscere ciò che è stato, con gratitudine e perdono.

✨ Un piccolo esercizio di fine anno:
Prendi un foglio e scrivi due colonne:

  • “Cosa voglio lasciare”
  • “Cosa voglio portare con me”
    Poi, brucia o strappa la parte che lasci andare. È un gesto semplice ma liberatorio.

L’illusione del “nuovo me”

Ogni gennaio si riempie di frasi come “Anno nuovo, vita nuova” o “Da domani cambio tutto”.
Ma spesso questi buoni propositi diventano una fonte di ansia da prestazione.
Ci sentiamo inadeguati se non diventiamo subito più sani, produttivi o perfetti.

In realtà, la psicologia del cambiamento ci insegna che le trasformazioni durature sono graduali.
Non nascono da un giorno preciso, ma da piccoli passi costanti.

Il Capodanno, allora, non dovrebbe essere una promessa di perfezione, ma un invito alla continuità consapevole:
un momento per chiedersi non “Cosa devo diventare?”, ma

“Chi voglio essere un po’ di più?”

Il nuovo anno come spazio di intenzioni, non di obblighi

C’è una grande differenza tra propositi e intenzioni.
I propositi suonano come doveri: “devo dimagrire”, “devo leggere di più”, “devo cambiare lavoro”.
Le intenzioni, invece, nascono dal cuore: “voglio prendermi più cura di me”, “voglio ascoltare di più”, “voglio vivere con più leggerezza”.

Le intenzioni creano un orientamento gentile, che non punisce se non riesci subito.
Sono come una bussola: ti ricordano la direzione, anche se il percorso non è lineare.

✨ Prova questo rituale di inizio anno:
Scrivi tre intenzioni per l’anno nuovo, iniziando con:

  • “Quest’anno voglio coltivare…”
  • “Quest’anno scelgo di lasciare…”
  • “Quest’anno desidero imparare…”

Non devono essere perfette, ma vere.

Il valore psicologico della speranza

Il Capodanno ci parla di speranza, una delle emozioni più potenti e terapeutiche che esistano.
Sperare non significa illudersi, ma credere nella possibilità di cambiamento.
La speranza è il motore che tiene viva la motivazione anche nei momenti incerti.

Secondo la psicologia positiva, non è la felicità che ci rende motivati, ma il contrario:
sono le piccole azioni piene di senso che costruiscono la felicità.

Per questo, ogni nuovo anno è come un foglio bianco: non serve riempirlo subito, basta iniziare con un segno.

Conclusione: ricominciare, senza cancellare

Capodanno non è un punto e a capo, ma una virgola.
Non dobbiamo diventare persone nuove, ma ritrovarci un po’ di più.
Accogliere il nuovo anno significa onorare ciò che abbiamo vissuto, abbracciare ciò che siamo e aprirci con fiducia a ciò che verrà.

“Ogni anno non è un altro inizio, ma un’altra possibilità di essere pienamente vivi.”

Così, più che cambiare tutto, possiamo scegliere di stare meglio dentro ciò che già siamo.
E forse, questa, è la vera rinascita.

Buon 2026… MV

Il senso del Natale: uno sguardo psicologico sul tempo della connessione

Ogni anno, quando arriva dicembre, qualcosa cambia nell’aria.
Le luci si accendono, le vetrine si riempiono di rosso e oro, i profumi di cannella e mandarino tornano a evocare ricordi lontani.
Il Natale, al di là delle tradizioni religiose o culturali, ha un impatto profondo sulla nostra psiche.
È un momento che tocca corde antiche: il bisogno di calore, appartenenza, significato e rinascita.

Ma dietro la magia natalizia, spesso si nascondono anche emozioni contrastanti: nostalgia, solitudine, stress, aspettative.
Ecco perché vale la pena chiedersi: qual è, davvero, il senso del Natale da un punto di vista psicologico?

Il Natale come simbolo di rinascita interiore

Dal punto di vista psicologico, il Natale rappresenta un rito di passaggio: un momento di chiusura e di rinascita.
Arriva alla fine dell’anno, quando il buio è più lungo e la luce più rara — non a caso, coincide con il solstizio d’inverno, il momento in cui le giornate iniziano lentamente ad allungarsi.

È un simbolo di luce che ritorna, dentro e fuori di noi.
Per molti, il Natale diventa una pausa naturale di introspezione: un tempo per fare bilanci, per sentire cosa si vuole lasciare andare e cosa si desidera rinascere.

Psicologicamente, questa fase può risvegliare domande profonde:

“Chi sono diventata quest’anno?”
“Cosa voglio portare con me nel nuovo anno?”
“Cosa merita di essere lasciato andare?”

In questo senso, il Natale non è solo una festa, ma un invito al rinnovamento interiore.

Il bisogno di calore e appartenenza

Sotto la superficie dei regali e delle decorazioni, il Natale parla soprattutto di relazioni.
È il momento in cui si risveglia il desiderio di vicinanza, di famiglia, di sentirsi parte di qualcosa.
La nostra mente, che per natura tende alla connessione, cerca nel Natale la conferma di essere amata e ricordata.

Per chi vive relazioni armoniose, questo periodo può rafforzare il senso di appartenenza e gratitudine.
Ma per chi affronta tensioni familiari, lutti o distanze, può emergere anche una sensazione di vuoto o solitudine amplificata.

E questo è del tutto umano.
Perché il Natale fa risuonare il bisogno più antico e profondo che abbiamo: quello di essere visti, accolti, compresi.

Come direbbe lo psicologo Abraham Maslow, dopo i bisogni primari di sopravvivenza, il passo successivo dell’essere umano è amare ed essere amato.
Il Natale, con tutta la sua intensità emotiva, ci ricorda proprio questo: la vita trova senso nella connessione.

L’altra faccia del Natale: aspettative e stress

Non tutti vivono il Natale come un periodo sereno.
Per molte persone, è una fonte di stress emotivo e mentale: la corsa ai regali, i pranzi infiniti, la pressione sociale di “essere felici”.
Spesso si confonde la felicità con la perfezione — la tavola perfetta, la famiglia perfetta, l’atmosfera perfetta.

Da un punto di vista psicologico, questa è la trappola delle aspettative idealizzate: quando il Natale reale non coincide con quello immaginato, arriva la frustrazione.
Ma la buona notizia è che possiamo riscrivere il significato del Natale, rendendolo più autentico e sostenibile emotivamente.

🎁 Un piccolo esercizio di consapevolezza:
Prenditi cinque minuti e chiediti:

“Di cosa ho davvero bisogno questo Natale?”
“Cosa mi farebbe sentire in pace, non solo in dovere?”
“Cosa posso lasciar andare per vivere con più leggerezza?”

A volte basta poco: ridurre gli impegni, dire qualche “no”, o semplicemente concedersi una giornata senza doveri.
Il vero regalo è riconoscersi e rispettarsi.

Natale come tempo dell’anima

Nel profondo, il Natale ci invita a riconnetterci alla parte più autentica di noi — quella che cerca significato oltre la frenesia, che desidera amore più che cose.
È un tempo che parla di interiorità, di lentezza, di silenzio.
Per questo, anche la solitudine natalizia può trasformarsi in uno spazio prezioso, se vissuta come occasione per ascoltarsi.

Un cammino psicologico maturo consiste proprio in questo:
passare dal bisogno di “avere un Natale perfetto” al desiderio di vivere un Natale vero, coerente con il proprio sentire.
Che sia in compagnia o in silenzio, in famiglia o in viaggio, ciò che conta è esserci, con sincerità.

Riscoprire il senso autentico

Forse il senso psicologico del Natale non sta tanto nei gesti esteriori, ma nel loro significato:

  • Accendere una candela come simbolo di speranza.
  • Preparare un pasto come atto di cura.
  • Donare tempo e ascolto come segno di amore autentico.

Quando lo viviamo così, il Natale torna a essere ciò che è sempre stato nella nostra memoria affettiva:
un tempo di calore, di attesa, di rinascita.

Conclusione: la luce che portiamo dentro

Da un punto di vista psicologico, il Natale è un promemoria di ciò che ci rende umani: la capacità di amare, di creare significato, di rinascere dalle difficoltà.
È la stagione in cui il mondo rallenta e ci invita a guardare dentro, per accendere una piccola luce anche nei punti più bui.

Perché, alla fine, il vero Natale non accade fuori, ma dentro di noi.
E ogni volta che scegliamo la gentilezza, la gratitudine o l’ascolto, quella luce cresce — e scalda anche gli altri.

“Il Natale non è un giorno, ma uno stato dell’anima.”
— Mary Ellen Chase

Buon Natale, con affetto MV

Quando le feste fanno male: la solitudine in mezzo alla famiglia

Le feste vengono raccontate come un tempo di unione, intimità e calore. Le pubblicità mostrano tavole imbandite, sorrisi sinceri e abbracci spontanei. Ma per molte persone la realtà è molto diversa: il periodo natalizio può diventare uno dei momenti più difficili dell’anno.
Una difficoltà che spesso non si vede dall’esterno, ma che pesa profondamente dentro: la solitudine in mezzo alla famiglia.

Come psicologa, mi capita di affrontare questo tema nelle sedute di dicembre. Non è una “stranezza”, né un difetto personale: è un’esperienza umana molto più diffusa di quanto si creda.

La solitudine relazionale: non essere soli, ma sentirsi soli

La solitudine non è solo l’assenza di persone intorno a noi. È una percezione più sottile, più dolorosa:
sentire di non avere un posto, di non essere compresi, di non essere visti veramente.

Accade quando si è fisicamente seduti accanto a parenti, ma emotivamente distanti.
È una solitudine “a contatto”, che si vive nella vicinanza forzata, nei silenzi pieni, negli sguardi che non ci raggiungono.

È possibile sentirsi soli anche:

  • mentre si chiacchiera,
  • mentre si serve il cibo,
  • mentre si ride “per educazione”,
  • mentre tutti parlano, ma nessuno parla davvero con te.

Questa è una solitudine che fa male perché contrasta con l’idea che dovremmo sentirci felici.

Perché le feste amplificano questa sensazione

Durante le festività, le aspettative diventano più forti:
“Si deve essere felici”, “si deve andare d’accordo”, “si deve sentire la famiglia come un rifugio”.

Quando questo non accade, emerge una discrepanza dolorosa tra ciò che viviamo e ciò che “dovrebbe essere”.

Le feste amplificano la solitudine per diversi motivi:

• Confronto sociale accentuato

Si osservano le dinamiche degli altri, e si ha la sensazione che tutti siano più vicini, più uniti, più amati.

• Ruoli familiari rigidi

Si torna in ruoli che non ci appartengono più: il figlio che non viene preso sul serio, la sorella sempre pronta a dare ma mai ascoltata, il parente “fuori posto”.

• Mancanza di ascolto autentico

Le conversazioni superficiali o giudicanti fanno sentire ancora più soli.

• Ferite antiche che riemergono

La casa d’infanzia o alcuni parenti possono riattivare memorie emotive non elaborate.

“Non mi vedono”: la ferita della non-rispondenza

Uno dei dolori più profondi che la solitudine familiare porta con sé è la mancanza di risonanza emotiva: la percezione che ciò che sentiamo non interessi davvero a nessuno.

Nelle sedute, molti raccontano frasi come:

  • “Parlo, ma è come se non dicessi niente.”
  • “Sorridono, ma non mi ascoltano.”
  • “Mi vedono solo nel ruolo che ho sempre avuto, non come la persona che sono diventata.”

Non essere visti — non davvero — crea una frattura invisibile, che spesso emerge proprio a Natale.

La pressione della felicità obbligatoria

Uno degli aspetti più invalidanti è il senso di colpa:
“Dovrei essere felice. Dovrei essere riconoscente. Perché invece mi sento così?”

Questa pressione porta molte persone a nascondere il proprio disagio, a recitare una parte, a indossare un sorriso che pesa.
Ma la psicologia ci insegna che non provare ciò che ci si aspetta da noi non è una colpa: è una realtà emotiva.

Accogliere questa realtà è più sano che negarla.

Strategie psicologiche per affrontare la solitudine familiare

. Dare un nome a ciò che senti

La solitudine non si dissolve ignorandola. Nominarla è un atto di coraggio e di cura verso di sé.
“Mi sento sola anche se sono qui.”
Riconoscerlo internamente riduce l’autocritica.

. Alleggerire le aspettative

Non è necessario che il pranzo di Natale “vada bene”.
Può semplicemente essere “sufficientemente buono”.

. Creare micro-spazi di respiro

Un momento da soli in balcone, una breve passeggiata, un aiuto in cucina: piccoli spazi per ricollegarsi al proprio equilibrio interno.

. Cercare una “base sicura”

Non sempre è un familiare.
Può essere un partner, un amico, una persona lontana con cui scambiare un messaggio.
A volte basta un contatto per non sentirsi completamente soli.

. Proteggere ciò che è privato

Non devi condividere tutto. Non devi spiegarti. Non devi essere “trasparente” con chi non è in grado di accogliere.

La privacy emotiva è un confine sano.

. Creare rituali tuoi

Le tue feste non devono coincidere solo con il pranzo di famiglia.
Puoi aggiungere un rituale tutto tuo: una camminata, un film speciale, un momento di scrittura, un regalo simbolico.
Un modo per dirti: “Ci sono per me stessa.”

Quando la solitudine familiare indica qualcosa di più profondo

A volte ciò che accade a Natale è solo la punta di un percorso più antico:

  • legami che non sono mai stati nutriti,
  • ruoli che soffocano,
  • bisogni non riconosciuti,
  • dinamiche affettive sbilanciate,
  • un senso di non appartenenza cronico.

In questi casi, la festa diventa una lente d’ingrandimento.
Un percorso psicologico può aiutare a comprendere le origini di questa solitudine e a costruire nuove modalità relazionali più sane.

Non sei sbagliata/o: stai solo sentendo ciò che non è mai stato nominato

La solitudine in mezzo alla famiglia è uno dei dolori emotivi più ignorati, perché si pensa che “ci si dovrebbe sentire uniti”.
Ma ogni famiglia ha le sue ombre, le sue distanze, le sue mancanze.

Sentirle non ti rende meno forte.
Ti rende umana.

Conclusione

Le feste non sono un test del valore personale né la prova della qualità delle relazioni familiari.
Sono semplicemente un contesto più denso, più simbolico, in cui quello che normalmente resta sotto traccia tende a emergere.

Se ti senti sola, se provi distanza, se senti di non avere posto, sappi che la tua esperienza merita ascolto e legittimità.
E può diventare l’inizio di un cambiamento: un modo nuovo di stare nella tua storia, con più consapevolezza e più gentilezza verso te stessa.

Pranzi di Natale: gestire i commenti indesiderati senza ferirsi

Le feste dovrebbero essere un momento dedicato alla convivialità e al ritrovo, ma per molte persone rappresentano anche un periodo di forte tensione emotiva. Tra tavole apparecchiate, cibo abbondante e apparente leggerezza si nasconde spesso un terreno minato fatto di domande indiscrete, opinioni non richieste e giudizi mascherati da “buone intenzioni”.

Come psicologa, capita di sentire storie molto simili: chi teme il ritorno al tavolo dei parenti, chi si sente giudicato, chi vive come un esame l’intera giornata. Questo racconto condiviso ci dice una cosa importante: non sei solo, e non è una tua fragilità se certe frasi ti fanno male.

Perché i commenti familiari colpiscono più degli altri

Un commento proveniente da un estraneo può infastidire, ma uno che arriva da un familiare ha un peso diverso. La famiglia è il nostro primo ambiente emotivo: è lì che si forma il senso del valore personale, la percezione di essere visti o non visti, accettati o giudicati.

Per questo frasi come:

  • “Hai messo su peso?”
  • “Quando trovi un lavoro serio?”
  • “A 30 anni ancora single?”
  • “Ma non ti decidi ad avere un figlio?”
  • “Ti vedo stanca… sicuramente c’è qualcosa che non va?”

possono attivare ferite antiche, insicurezze mai del tutto elaborate, o semplicemente la sensazione di non essere compresi.

Il sottotesto nascosto

Quasi sempre, la sofferenza nasce dal non detto che si porta dietro il commento:
“Non vai bene così come sei”, “Dovresti essere diverso”, “Non stai raggiungendo quello che ci aspettiamo da te”.

Capire questo meccanismo ci aiuta a depersonalizzare la critica.

I commenti parlano più di chi li fa che di chi li riceve

Un aspetto centrale da ricordare è che molti commenti riflettono il mondo interno di chi li pronuncia:

  • ansie proiettate (“se non ti sistemi, io mi preoccupo”),
  • valori rigidi (“la vita giusta è quella che penso io”),
  • bisogno di controllo (“so io cosa è meglio per te”),
  • difficoltà a tollerare le differenze.

Non giustifica il comportamento, ma permette di comprendere meglio e soffrire meno:
Non sta parlando di te. Sta parlando del suo modo di vedere il mondo.

Perché è così difficile rispondere senza ferirsi o ferire

Molte persone mi dicono:
“Vorrei rispondere, ma ho paura di litigare.”
Oppure:
“Mi blocco. So che mi fa male, ma non riesco a dire nulla.”

Questo accade perché nei contesti familiari si attivano dinamiche di ruolo: figlio/figlia, nipote, fratello, sorella. Rispondere con assertività può sembrare “sbagliato”, perché non corrisponde alla parte che siamo abituati a interpretare.

Inoltre c’è il desiderio naturale di evitare conflitti durante le feste, che spesso si traduce nel tacere.
Il problema è che il silenzio prolungato può farci accumulare tensione.

Strategie psicologiche per proteggersi senza alimentare conflitti

A. Preparare una “frase ponte”

Le frasi ponte servono ad assorbire l’impatto emotivo e spostare l’attenzione altrove, senza entrare in scontro:

  • “Capisco il tuo punto, ma non è un argomento che voglio affrontare oggi.”
  • “So che lo dici con buone intenzioni, ma preferirei cambiare discorso.”
  • “Ne parliamo un’altra volta, ora preferisco godermi il pranzo.”

Sono semplici, ma molto efficaci.

B. Impostare confini chiari

Dire “Preferisco non parlarne” non è rude né aggressivo.
È un atto di rispetto verso se stessi e verso la relazione.

Spesso temiamo che mettere confini ferisca l’altro, ma la realtà clinica mostra che la maggior parte delle persone reagisce meglio a un confine chiaro che a un sorriso forzato.

C. Usare risposte brevi e ferme

Le risposte troppo lunghe aprono la porta a ulteriori domande.
Le risposte brevi non lasciano spazio a invadenze:

  • “È tutto sotto controllo.”
  • “Sto bene così.”
  • “Non ho novità su questo fronte.”

D. Non entrare in giustificazioni

Giustificarsi è un segnale che il confine non è solido.
Non devi spiegare le tue scelte di vita in un pranzo di Natale.

E. Prendersi una pausa se serve

Un’uscita in balcone, un turno per sparecchiare, un bicchiere d’acqua in cucina possono essere micro-momenti di decompressione.
Non è fuga: è autoregolazione.

F. Scegliere gli alleati emotivi

In ogni famiglia c’è almeno una persona più empatica o neutrale.
A volte basta scambiare uno sguardo con chi ci capisce per sentirsi meno soli.

Non puoi controllare i commenti degli altri, ma puoi controllare la tua posizione interiore

Questa è la parte più delicata e anche la più importante.
Non possiamo impedire a un parente di fare un commento infelice. Ma possiamo decidere quanto peso dargli.

Una domanda utile può essere:
“Questa frase dice qualcosa su di me… o su di lui?”
Spesso la risposta ci libera immediatamente.

Auto-protezione emotiva

Immagina di avere uno “strato protettivo psicologico”: una membrana che lascia passare solo ciò che ti fa bene.
Il resto può scivolare via.

Quando il commento diventa un segnale di un rapporto da ripensare

A volte il problema non è il singolo commento, ma la ripetitività.
Se ogni anno si ripetono le stesse frasi, o se senti di non avere posto, spazio o ascolto nel tuo sistema familiare, può essere utile esplorare il tema con uno psicologo.

Non per “aggiustare la famiglia”, ma per costruire un modo più sano di stare dentro (o ai margini) di quelle relazioni.

Concedersi la libertà di non essere perfetti

Molti arrivano al pranzo familiare con il peso di dover dimostrare qualcosa: successo, stabilità, maturità, controllo.
Questo genera tensione.
Le feste non sono un esame: non serve essere perfetti.

Puoi essere te stesso: con i tuoi tempi, le tue scelte, i tuoi desideri non ancora realizzati.

Conclusione

I commenti indesiderati durante i pranzi di Natale non sono un semplice fastidio: sono un punto di contatto tra vecchie ferite, aspettative familiari e bisogno di protezione personale.

Imparare a rispondere in modo assertivo, senza aggressività, è un atto di cura verso di sé e verso la relazione.
È un modo per restare presenti senza farsi travolgere, per partecipare senza rinunciare alla propria dignità emotiva.

Le feste possono essere un’occasione per stare insieme non perfettamente, ma in modo più autentico e più sano.

Perché le feste amplificano le dinamiche familiari: uno sguardo psicologico

Le feste rappresentano, per molte persone, un periodo ambivalente: da un lato il desiderio di ritrovare affetto, tradizioni e un senso di appartenenza; dall’altro un aumento dello stress emotivo, un senso di pressione e la riattivazione di vecchie tensioni familiari.
Come psicologa noto spesso che proprio questo periodo dell’anno porta in seduta racconti più intensi legati alla famiglia. Ma perché succede?

Le feste sono un potente attivatore di ricordi e copioni emotivi

Le festività sono cariche di rituali: le decorazioni, l’odore del pranzo che cuoce, la disposizione della tavola, perfino le musiche. Ogni dettaglio può attivare memorie racchiuse nella nostra storia familiare.
Questi elementi non sono semplicemente “nostalgici”, ma funzionano come veri e propri trigger emotivi, capaci di riportare alla superficie dinamiche che magari, durante l’anno, restano più silenziose.

I copioni familiari

In psicologia sistemica si parla di copioni relazionali: ruoli, posizioni e modalità di interazione apprese fin da piccoli e talmente radicate da sembrare inevitabili.
Durante le feste, questi copioni si ripresentano quasi automaticamente:

  • il figlio “responsabile” che deve tutto reggere,
  • la figlia “pacificatrice” che si preoccupa che tutti siano in armonia,
  • il parente “critico” che commenta cibo, scelte di vita o aspetto fisico,
  • il fratello “minore” che, anche da adulto, viene trattato come se fosse immaturo.

Riconoscere questi ruoli è il primo passo per non rimanerne intrappolati.

La vicinanza forzata può intensificare emozioni sopite

Durante l’anno ognuno vive la propria vita: i contatti possono essere selettivi, i conflitti diluiti.
Le feste, invece, comprimono in poche ore ciò che normalmente si diluisce in mesi: aspettative, giudizi, differenze di valori, rapporti irrisolti.

Questa intensità può far emergere:

  • irritabilità,
  • senso di inadeguatezza,
  • risentimento antico,
  • bisogni affettivi mai riconosciuti.

Non è “debolezza”: è la naturale risposta del sistema familiare quando si trova nuovamente in un contesto simbolico potente.

Le aspettative irrealistiche sono un carburante dello stress

Una parte della pressione emotiva nasce dall’idea — spesso socialmente condivisa — che le feste devono essere un periodo perfetto, armonioso, senza conflitti.
Questa narrazione crea una distanza tra ciò che ci si aspetta e ciò che realmente succede.

Quando la realtà non corrisponde all’ideale, il senso di fallimento aumenta:
“Dovrei essere felice… perché non lo sono?”
La verità è che nessuna famiglia è perfetta. A volte una buona festa è semplicemente una festa “sufficientemente buona”, non priva di imperfezioni.

Tornare a casa può avere un effetto regressivo

Un fenomeno molto comune, e ben noto in psicologia, è la regressione contestuale: tornare nei luoghi dell’infanzia porta la persona a riattivare modalità emotive e comportamentali più antiche.
Questo non è patologico, ma umano.

Qualche esempio:

  • una persona equilibrata nella sua vita adulta può sentirsi improvvisamente insicura davanti al vecchio giudizio di un genitore;
  • il professionista competente può ritrovarsi a litigare con il fratello “come quando avevano 12 anni”;
  • chi ha costruito autonomia può percepire un ritorno alle dinamiche dipendenti del passato.

Essere consapevoli di questa regressione protegge e permette di rimanere ancorati al proprio io adulto.

La famiglia è un sistema, e i sistemi reagiscono al cambiamento

Ogni persona che entra nella casa di famiglia porta con sé evoluzioni, cambiamenti, nuove identità.
Ma i sistemi familiari tendono alla omeostasi, cioè a mantenere l’equilibrio così com’è.
Ecco perché, paradossalmente, proprio chi è cresciuto e cambiato può ritrovarsi a essere percepito “come prima”. Non perché gli altri non lo vedano, ma perché il sistema non riesce a integrare facilmente il cambiamento.

Mi è capitato di sentirmi raccontare:
“Mi sento un adulto ovunque, tranne quando torno a casa dei miei.”
Non è un fallimento personale. È la forza dei sistemi familiari che tendono a ricompattarsi nei vecchi equilibri.

Cosa possiamo fare per vivere le feste con maggiore consapevolezza

Non possiamo scegliere la famiglia da cui proveniamo, ma possiamo scegliere come stare in relazione durante le feste.

Qualche spunto pratico:

• Prepararsi mentalmente

Chiarire le proprie aspettative realistiche. Non tutto deve andare bene, non tutti devono essere d’accordo.

• Riconoscere i propri ruoli abituali

Chiedersi: “In quale ruolo sto entrando? Voglio davvero stare in questo ruolo?”

• Prendere pause sane

Una passeggiata, un momento all’aria aperta, un tempo solo: questi gesti aiutano a mantenere la centratura emotiva.

• Dare voce al proprio io adulto

Rispondere con calma ma con chiarezza, anche quando emergono commenti scomodi.

• Accettare che alcune dinamiche non cambieranno rapidamente

Liberarsi dall’illusione di dover risolvere tutto in un pranzo di festa riduce la frustrazione.

Conclusione

Le feste amplificano le dinamiche familiari perché ci riportano dentro i nostri nodi emotivi più profondi, ma, allo stesso tempo, offrono un’occasione preziosa per guardarli con occhi nuovi, con maggiore consapevolezza e con il diritto di vivere il presente senza essere risucchiati dal passato.
Non serve evitare la famiglia per stare bene: spesso basta imparare a entrarci con un passo più consapevole.

Mindful eating: riscoprire il piacere del cibo con consapevolezza

Quante volte mangiamo senza accorgercene davvero?
Uno snack davanti al computer, una cena distratta con il telefono accanto, un pasto veloce “tanto per” perché non abbiamo tempo.
Mangiare è un atto quotidiano, ma raramente è un atto consapevole.

La mindful eating, o alimentazione consapevole, ci invita a tornare in contatto con il cibo e con il nostro corpo.
Non è una dieta, non impone regole: è un modo diverso di vivere l’alimentazione — più lento, più presente, più gentile.
E quando impari a farlo, cambia tutto: il gusto, la relazione con il cibo, e anche quella con te stessa.

Cos’è la mindful eating

La mindful eating nasce dall’applicazione dei principi della mindfulness all’alimentazione.
Significa portare piena attenzione al momento del mangiare — ai sapori, agli odori, alle sensazioni fisiche, ma anche ai pensieri ed emozioni che emergono.

Non si tratta di “mangiare lentamente e basta”, ma di essere presenti mentre si mangia.
È un invito ad ascoltare i segnali del corpo invece di seguire automatismi o abitudini.
Ad esempio:

  • Mangio perché ho fame o perché sono annoiata?
  • Sto davvero gustando quello che ho nel piatto o sto solo riempiendo un vuoto?

In questa prospettiva, il cibo smette di essere un nemico o una compensazione e torna a essere ciò che è: nutrimento, piacere, vita.

Il legame tra emozioni e cibo

Molte persone si accorgono che mangiano per regolare le emozioni: la fame diventa un modo per calmare l’ansia, distrarsi dalla solitudine o spegnere un pensiero scomodo.
Non è un problema morale, è umano.
Il cibo è stato, fin dall’infanzia, uno dei primi modi per consolarci.

Ma quando impariamo a portare consapevolezza in questo gesto, qualcosa cambia:
iniziamo a riconoscere l’emozione prima di correre verso il frigorifero.
Possiamo chiederci:

“Ho davvero fame, o ho bisogno di qualcosa d’altro?”

Forse ho bisogno di una pausa, di un abbraccio, di respirare.
Questo piccolo atto di ascolto apre uno spazio nuovo, dove la scelta non è più automatica, ma libera.

Una pratica semplice di mindful eating

Puoi provare questo esercizio in qualunque momento, anche con un alimento minuscolo.
È uno dei più famosi nei corsi di mindfulness — spesso si fa con un chicco d’uva passa, ma puoi usare ciò che preferisci: un pezzetto di cioccolato, una mandorla, una fetta di mela.

Ecco come fare:

  1. Osserva.
    Guarda attentamente il cibo. Nota forma, colore, lucentezza, dettagli che di solito ignori.
  2. Annusa.
    Avvicina al naso e senti l’odore. Inspira lentamente, lasciando che il profumo risvegli la curiosità.
  3. Tocca.
    Senti la consistenza tra le dita. È liscia, ruvida, morbida?
  4. Assaggia.
    Porta lentamente il cibo alla bocca, ma non masticare subito.
    Senti la sensazione sulle labbra, sulla lingua, la temperatura, il peso.
  5. Mastica piano.
    Assapora ogni sfumatura di gusto che si libera.
    Nota come cambia il sapore, come si mescola con la saliva, come reagisce il corpo.
  6. Ascolta.
    Quando deglutisci, resta in ascolto di ciò che senti: il piacere, la soddisfazione, la calma.

Non serve farlo a ogni pasto: bastano pochi minuti per riscoprire una connessione dimenticata.

Cosa accade nella mente e nel corpo

Mangiare in modo consapevole rallenta il ritmo interno e attiva il sistema parasimpatico, quello del riposo e digestione.
La mente, abituata a correre, si acquieta.
Il corpo ritrova il suo ritmo naturale: si sazia prima, digerisce meglio, assimila con più equilibrio.

Ma il beneficio più grande è emotivo:
inizi a fidarti del tuo corpo, a sentire quando hai bisogno e quando invece è solo un’abitudine.
Molte persone scoprono che la fame “emotiva” non ha bisogno di cibo, ma di presenza.

Mindful eating e rapporto con il cibo

La mindfulness non serve a “mangiare di meno”, ma a mangiare con più consapevolezza.
Quando sei presente, il cibo diventa un alleato, non un avversario.
Ti accorgi che puoi godere di ciò che ami senza eccessi, perché il corpo sa autoregolarsi quando viene ascoltato.

Mangiare diventa un atto di cura, non di colpa.
Un modo per onorare la vita, non per compensarla.
Ogni boccone diventa un momento di gratitudine:

“In questo cibo c’è energia, natura, tempo, cura. E io me ne nutro con presenza.”

Un piccolo rituale quotidiano

Puoi trasformare la mindful eating in un piccolo rito quotidiano, anche senza cambiare le tue abitudini.
Prova così:

 Mini pratica dei primi tre bocconi

  • Nei primi tre bocconi di ogni pasto, mangia in silenzio.
  • Osserva il sapore, la consistenza, il profumo.
  • Fai un respiro profondo tra un boccone e l’altro.

Tre bocconi consapevoli bastano per riportare presenza, rallentare e ricordarti che stai nutrendo non solo il corpo, ma anche la mente.

Conclusione: ritrovare il gusto di esserci

Il mindful eating non è una tecnica, ma un modo di vivere il rapporto con il cibo e con te stessa.
Ti insegna che non c’è bisogno di correre neppure a tavola, e che il nutrimento più profondo nasce dalla presenza.

La prossima volta che siedi a mangiare, prova a lasciare il telefono, chiudi gli occhi un istante e respira.
Il cibo è lì per te, come una forma di amore quotidiano.
E tu puoi imparare, passo dopo passo, a gustare la vita — davvero.

“Quando mangi, mangia. Quando respiri, respira.
E in ogni gesto, torna a casa in te stessa.”

Se desideri approfondire questa pratica o ricevere un supporto puoi fissare un appuntamento su Marta Vanola – MioDottore.it

Il respiro che calma: la tua ancora nei momenti di caos

Ti sei mai accorto di come cambia il tuo respiro quando sei sotto pressione?
Si fa corto, veloce, quasi invisibile. È come se, insieme all’aria, mancasse anche lo spazio per pensare e sentire.
La mindfulness del respiro nasce proprio per questo: per ricordarci che, anche nei momenti di caos, possiamo sempre tornare a una base stabile e gentile — il respiro.

Non serve essere esperti di meditazione.
Basta fermarsi, ascoltare, respirare.
E scoprire che ogni respiro può diventare una piccola ancora di pace.

Il respiro come specchio della mente

Nella pratica della mindfulness, il respiro è considerato un ponte tra corpo e mente.
Non è solo una funzione fisiologica: è una bussola interiore.
Quando sei calma, il respiro è ampio e regolare.
Quando sei tesa o spaventata, diventa corto e contratto.

Ecco perché imparare ad ascoltare il respiro significa imparare ad ascoltare te stessa.
Non per giudicare, ma per accogliere.
Osservare come respiri è un modo per notare come ti senti — spesso prima ancora di averlo capito con la mente.

Fermarsi a respirare: un gesto semplice, ma rivoluzionario

Sembra banale, ma fermarsi a respirare consapevolmente è uno dei gesti più trasformativi che esistano.
Non richiede tempo, non richiede strumenti, non richiede perfezione.
Eppure cambia tutto.

Respirare con presenza interrompe il pilota automatico: quella modalità in cui corriamo, reagiamo, ci preoccupiamo senza accorgercene.
Inspiri… espiri…
E all’improvviso, tra un respiro e l’altro, c’è uno spazio.
Uno spazio di libertà, dove puoi scegliere come rispondere, invece di reagire d’istinto.

Come praticare la mindfulness del respiro

Puoi farlo in qualunque momento: in macchina, al lavoro, prima di dormire.
L’importante è portare attenzione al respiro così com’è, senza volerlo cambiare.

Ecco una breve pratica guidata da provare subito:

  1. Siediti comoda, con i piedi a terra e la schiena dritta ma rilassata.
    Se vuoi, chiudi gli occhi.
  2. Porta l’attenzione al respiro.
    Senti l’aria che entra e che esce.
    Non cercare di modificarlo, solo ascoltalo.
  3. Nota il punto in cui lo percepisci meglio:
    il naso, il petto, l’addome. Lascia che sia il corpo a scegliere.
  4. Osserva i pensieri che arrivano.
    La mente si distrarrà — è normale. Ogni volta che succede, riportala con gentilezza al respiro.
  5. Rimani per alcuni minuti.
    Inspira, espira, e lascia che il ritmo naturale del respiro ti culli.

Puoi impostare un timer di 3 o 5 minuti. Non serve di più: è la qualità della presenza, non la durata, che fa la differenza.

Quando il respiro diventa la tua ancora

Immagina una barca in mezzo al mare.
Il vento cambia, le onde si alzano. Ma c’è un punto che resta fermo: l’ancora.
Il respiro funziona allo stesso modo.

Nei momenti di tensione — una discussione, una preoccupazione, un imprevisto — puoi tornare al respiro come alla tua ancora.
Non serve “calmarsi” con la forza. Ti basta notare:

“Sto respirando. Sono qui.”

Ogni volta che lo fai, invii al cervello un messaggio chiaro:

“Posso rallentare. Posso restare nel presente.”

Con la pratica, questa diventa una risorsa automatica: il corpo impara a calmarsi da solo, e tu riscopri la capacità di restare centrata anche nel mezzo del caos.

Benefici psicologici della consapevolezza del respiro

La scienza conferma ciò che la pratica insegna da secoli.
Gli studi sulla mindfulness mostrano che la focalizzazione sul respiro:

  • riduce i livelli di cortisolo (ormone dello stress);
  • abbassa la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna;
  • aumenta la concentrazione e la memoria di lavoro;
  • rafforza la regolazione emotiva e la resilienza mentale.

Ma il vero beneficio è più sottile:
ti restituisce una sensazione di presenza piena, di ritorno a casa, anche per pochi istanti.

Un piccolo rituale quotidiano

Prova a portare questa pratica nella tua giornata, senza forzarla.
Ecco un mini-rituale che puoi fare ovunque:

✨ I 3 respiri di consapevolezza

  1. Fermati.
  2. Inspira profondamente, sentendo l’aria che entra.
  3. Espira lentamente, lasciando andare ciò che non serve.
  4. Ripeti per tre volte, con calma.

Tre respiri possono bastare per cambiare il tono della giornata.
Non serve “sentirsi spirituali”: serve solo esserci, per qualche secondo, davvero.

Conclusione: tornare al respiro, tornare a te

Ogni volta che torni al respiro, torni a te stessa.
È un gesto piccolo ma potente, che riporta unità tra mente, corpo e cuore.
Non puoi controllare tutto ciò che accade intorno, ma puoi sempre scegliere come respirare dentro ciò che accade.

La prossima volta che senti il caos avvicinarsi, ricordati:

“Respiro. E in questo respiro, ci sono anch’io.”

Se desideri approfondire questa pratica o semplicemente provarla in maniera completa, accompagnata e supportata, alla scoperta delle grandi potenzialità che la mindfulness può avere, non esitare a fissare un appuntamento. Sarò lieta di accompagnarti in questo viaggio di scoperta e consapevolezza.Marta Vanola – MioDottore.it MV

La meditazione della montagna: restare saldi anche quando tutto cambia

Ci sono momenti in cui la vita ci sballotta come una barca in mezzo alla tempesta.
Le emozioni cambiano da un’ora all’altra, le situazioni ci sfuggono di mano, e sentiamo di perdere equilibrio.
È proprio in questi momenti che la meditazione della montagna può diventare una bussola interiore: una pratica semplice ma profonda, capace di ricordarci che dentro di noi esiste uno spazio stabile, solido, immutabile — come una montagna.

La montagna come metafora della presenza

La meditazione della montagna nasce dalla tradizione della mindfulness e viene proposta in molti protocolli di riduzione dello stress (come il famoso MBSR di Jon Kabat-Zinn).
È una pratica guidata in cui si immagina di diventare una montagna: ferma, radicata nella terra, capace di attraversare tutte le stagioni senza cambiare la propria essenza.

La montagna è lì in ogni momento:
– sotto il sole e la pioggia,
– nella calma e nella tempesta,
– coperta di neve o immersa nella nebbia.

Non respinge ciò che arriva, non si oppone.
Accoglie. Rimane.

Questa immagine simbolica aiuta la mente a ritrovare stabilità e radicamento, anche quando tutto intorno sembra incerto.
Nel corpo, questa pratica genera calma, respiro profondo, centratura.
Nella psiche, risveglia la capacità di osservare le emozioni senza identificarsi completamente con esse.

Come praticare la meditazione della montagna

Puoi provarla in qualunque momento della giornata, anche solo per 5 minuti.
Non serve una posizione particolare, ma è utile sedersi comodi, con la schiena dritta e i piedi ben appoggiati a terra.

Ecco una versione semplice della pratica:

  1. Trova la tua posizione stabile.
    Siediti o stai in piedi con la schiena eretta, ma non rigida. Immagina che la tua colonna sia il “tronco” della montagna: forte, ma flessibile.
  2. Respira con calma.
    Inspira profondamente, espira lentamente. Lascia che il respiro diventi naturale, come il vento che passa sulle rocce.
  3. Visualizza la montagna.
    Immagina una grande montagna davanti a te: le sue radici nella terra, la cima che si perde tra le nuvole.
    Poi, lentamente, diventa tu quella montagna. Senti il peso del corpo, la forza della terra sotto di te.
  4. Osserva ciò che accade.
    Forse arrivano pensieri, emozioni, rumori. Lasciali passare. La montagna non reagisce, non giudica: osserva e resta ferma.
  5. Concludi con gratitudine.
    Dopo qualche minuto, porta le mani sul petto. Ringrazia te stessa per esserti concessa questo spazio di stabilità.
    Riapri lentamente gli occhi.

Cosa succede dentro di te

Durante questa meditazione, accade qualcosa di prezioso:
inizi a spostarti dal fare all’essere.
Non devi cambiare nulla, non devi “respirare meglio” o “svuotare la mente”.
Ti limiti a esserci, come la montagna nel paesaggio.

Col tempo, questo atteggiamento si trasferisce nella vita quotidiana.
Quando qualcosa va storto, puoi ricordarti:

È un modo diverso di reagire agli eventi — più calmo, più radicato, più saggio.

“Posso restare. Posso respirare. Non tutto ciò che accade mi definisce.”

Benefici psicologici della meditazione della montagna

Le ricerche sulla mindfulness mostrano che pratiche di visualizzazione come questa:

  • riducano i livelli di stress percepito,
  • aumentino la regolazione emotiva,
  • migliorino la concentrazione,
  • favoriscano un senso di centratura anche in situazioni difficili.

Ma al di là dei dati, ciò che conta è l’esperienza soggettiva: la sensazione di tornare “a casa” nel proprio corpo.
Molte persone descrivono questa pratica come un modo per sentirsi più radicate, più presenti, più integre — anche nei momenti in cui la vita sembra franare.

Portarla nella vita di tutti i giorni

La meditazione della montagna non serve solo nei momenti di calma.
È utile soprattutto quando ci sentiamo travolti: una discussione, una notizia difficile, un imprevisto.
Anche solo ricordare l’immagine della montagna — magari facendo un respiro profondo — può riportarti nel corpo e nel presente.

✨ Piccolo esercizio quotidiano:
Ogni mattina, prima di iniziare la giornata, prenditi 30 secondi per dirti:

“Oggi voglio essere come la montagna: stabile, aperta, presente.”
Non importa se durante la giornata ti senti scuotere: la montagna dentro di te è sempre lì.

Conclusione

La meditazione della montagna non è un esercizio di fantasia, ma un allenamento alla presenza.
Ti insegna a fidarti del tuo centro, a restare salda anche quando fuori tutto cambia.
Perché la vita non smetterà di portare sole e tempeste — ma tu puoi imparare a esserci, intera, stabile, viva.

“Dentro di me c’è uno spazio che non si muove, anche quando tutto intorno cambia.”

Se desideri approfondire questa pratica o semplicemente provarla in maniera completa, accompagnata e supportata, alla scoperta delle grandi potenzialità che la mindfulness può avere, non esitare a fissare un appuntamento. Sarò lieta di accompagnarti in questo viaggio di scoperta e consapevolezza.Marta Vanola – MioDottore.it MV

Adolescenti. Regole e libertà: trovare il giusto equilibrio

Educare, crescere, guidare: ogni genitore o educatore conosce la tensione tra stabilire regole e lasciare libertà. Troppo controllo può soffocare la creatività e l’autonomia, mentre troppa libertà senza confini può generare insicurezza e caos. L’equilibrio tra regole e libertà non è un traguardo fisso, ma un processo dinamico che richiede attenzione, flessibilità e consapevolezza psicologica.

Perché le regole sono importanti

Le regole non sono solo imposizioni, ma strumenti che aiutano i figli a comprendere il mondo e a sviluppare sicurezza e responsabilità. Un limite chiaro permette di:

  • Conoscere le conseguenze delle proprie azioni
  • Sentirsi protetti in contesti nuovi o complessi
  • Imparare l’autocontrollo e la gestione delle emozioni

Quando le regole sono coerenti, spiegate e motivate, diventano guide interiori piuttosto che ostacoli esterni.

Il valore della libertà

La libertà insegna autonomia, curiosità e capacità decisionale. Lasciare spazio ai figli significa:

  • Consentire loro di sperimentare e sbagliare
  • Favorire la creatività e la risoluzione di problemi
  • Coltivare l’autostima e la fiducia in sé

La libertà senza regole, però, può diventare ansia, confusione o comportamenti rischiosi. Il compito dei genitori è trovare il confine tra esplorazione sicura e protezione necessaria.

Strategie per trovare l’equilibrio

  1. Dialogo e spiegazione
    Le regole funzionano meglio quando i figli comprendono il “perché” dietro di esse. Spiegare motivazioni e benefici favorisce l’adesione e riduce il conflitto.
  2. Flessibilità graduale
    Con l’età e le competenze crescenti, è possibile ampliare la libertà e delegare responsabilità. Ad esempio, un adolescente può scegliere come organizzare il tempo libero, mantenendo regole base per sicurezza e rispetto reciproco.
  3. Coinvolgere i figli nelle regole
    Quando i figli partecipano alla definizione di limiti e orari, sentono di avere voce e responsabilità, aumentando l’adesione e la cooperazione.
  4. Coerenza e coerenza interna
    Non è la rigidità, ma la coerenza nelle conseguenze a creare sicurezza. Le regole devono essere applicate in modo prevedibile, senza contraddizioni improvvise.
  5. Riflessione sui valori
    Prima di stabilire regole, chiediti quali valori vuoi trasmettere: rispetto, onestà, cura di sé e degli altri. I limiti devono riflettere questi principi, non solo norme arbitrarie.

Conclusione

Regole e libertà non sono opposti, ma due facce dello stesso obiettivo: crescere figli autonomi, sicuri e responsabili. L’equilibrio si costruisce giorno per giorno, con ascolto, dialogo e attenzione alle esigenze individuali di ciascun figlio.

Dare regole con consapevolezza e libertà con responsabilità è il primo passo per crescere adulti equilibrati.